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Il Conte di Montecristo

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MARTINA SCHREINER

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Vedo una luce in fondo al tunnel... spero non sia quella di un treno

Non faccio per vantarmi ma oggi è una bellissima giornata

Il senno di poi è una scienza esatta

Se puoi tenere la testa a posto quando tutti attorno a te l'hanno persa, non hai capito il problema
SOLTANTO DEI POVERI DIAVOLI
Questo post è riservato alle persone di buon cuore. Se non siete di animo generoso, se non abbracciate il principio della solidaretà, se la parola “aiuto” per voi è solo un’icona sulla barra degli strumenti di Word, allora non leggetelo.
Sappiate che nel mondo ci sono persone che vanno aiutate. E non sto parlando dei soliti africani che muoiono di fame e di sete: se hanno fame e sete, alzassero il culo e andassero a fare la spesa, non è che gli possiamo sempre portare noi la pappa pronta con gli aerei. Non sto parlando nemmeno del lavoro minorile: quei bambini devono imparare che il mondo non è solo un posto per sniffare colla e giocare. Ti piacerebbe giocare coi lego, eh? Allora fa’ le cose in grande, e trasporta questi mattoni. Non mi riferisco neanche ai malati terminali, questi ingrati che ci costano una fortuna di assistenza sanitaria e nemmeno ci danno la soddisfazione di sopravvivere, muoiono apposta, i farabutti, per farci credere che i fondi che diamo alla ricerca medica non sono abbastanza.
No, oggi vi parlerò di una categoria di bisognosi che viene spesso ignorata. I politici italiani.
Veronica Lario ha chiesto a Silvio Berlusconi un assegno di mantenimento di tre milioni e mezzo di euro. Al mese. Lui glieli avrebbe dati molto volentieri, ha detto di no solo per una questione di orgoglio. Ha proposto prima dieci cammelli, poi un posto al ministero delle infrastutture nel dipartimento mobili ikea, poi solo duecentomila euro. Sempre al mese. Avrebbe voluto fare di più, perché tutti i soldi che guadagna non sa proprio dove metterli, ma il suo entourage (un diavoletto e un angioletto seduti sulle sue spalle che gli sussurrano le cose all’orecchio) glielo ha vietato.
Poco tempo fa i politici, desiderosi di avere meno denaro, si sono abbassati lo stipendio del 10%. Ma sono stati fregati. Infatti prima di questo abbassamento, era obbligatorio che versassero il 10% al proprio partito. Ora questo versamento non è più obbligatorio. Quindi si sono abbassati lo stipendio di una somma che comunque non avrebbero preso, e ora guadagnano esattamente allo stesso modo di prima. Quando lo hanno saputo ci sono rimasti malissimo.
Povero Silvio. Lui e i suoi colleghi, tra indennità e stipendi, guadagnano circa uno strilione e mezzo di euro, e si dannano l’anima perché non possono spenderli. Vediamo alcune cose che vorrebbero pagare ma che la legge gli impedisce di pagare: parrucchiere, giornali, auto blu (con tanto di permesso a gironzolare nelle ZTL perché le auto blu non fanno rumore, non inquinano, sono insomma meglio della batmobile e hanno pure l’autista incorporato), assicurazioni infortuni per tutta l’allegra famiglia e pure per i conviventi (così se la moglie si brucia col ferro da stiro, ha un indennizzo, ma i nostri politici sono così buoni che per non gravare sul bilancio pubblico assumono delle stiratrici in nero senza dirlo a nessuno), rimborso spese mediche e dentistiche per avere sempre un sorriso smagliante, assistenza medica gratuita 24 ore su 24, viaggi in aerei e treni, autostrade, taxi, piscine, palestre e lezioni di tennis, viaggi di studio all’estero (l’erasmus per i politici?), francobolli, guardie del corpo, tessera per l’autobus e la metro (ahahah questa è straordinaria), teatro, cinema, stadi, telefono (in realtà non proprio gratis, hanno diritto ai rimborsi fino a 25mila scatti all’anno; non male come promozione, chissà perché le compagnie telefoniche non le propongono anche a noi certe tariffe)...
Questo è un elenco terribilmente incompleto dei loro privilegi, ma non è che posso scriverli tutti, finirei per umiliare questi poveri diavoli. Un detto dice che i soldi che tu hai realmente sono solo quelli che spendi. Non potendo pagare niente, i nostri politici sono poveri in canna. Un politico porta una ragazza a cena, e -che figuraccia!- non gli fanno pagare il conto. La ragazza penserà che lui è uno spiantato che va a elemosinare alla Caritas.
Dove mettere tutto questo denaro? Hanno provato a riempire di soldi i materassi (pare che un politico abbia comprato una catena di alberghi solo per avere abbastanza letti per infilarci le banconote da 500 euro); hanno provato a metterli sotto ai mattoni ma poi si è scoperto che le costruzioni erano abusive e si sono affrettati ad elargire condoni edilizi per paura che buttando giù le case venissero fuori di colpo tutti i soldi, provocando un aumento dell’inflazione; li hanno messi in banca perché si sa che nessuno come una banca è in grado di far sparire i soldi, ma poi si sono accorti che le banche erano le loro; qualcuno ha provato a mangiarseli ma pare che col filetto e i vini da mille euro le banconote non leghino bene, e le monete sono risultate pesanti da digerire.
Quindi non biasimateli, per favore, se vanno a puttane. E’ l’unico modo che hanno trovato per spendere i propri soldi.
Non sapevo che scrivere... è che sono le 21:57 |venerdì, 27 novembre 2009 | commenti (2) (popup)
METTIAMO UNA CROCE SULLA CROCE

Il 3 novembre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che i crocifissi appesi nelle aule scolastiche debbano essere rimossi in nome della libertà di culto e di credo delle persone.

E' giunto il momento di mettervi a parte di un segreto: i crocifissi nelle aule sono stati messi per una ragione ben precisa. Seh, la religione, seh, la fede, seh, la tradizione, seh, Babbo Natale. La ragione per la quale ci sono i crocifissi nelle aule è un'altra.

Mi spiego.

Avere un simbolo da guardare mentre il professore sta per interrogare a sorpresa fa davvero comodo. Tu vedi che il professore sta col dito sul registro, invochi la protezione dell'Altissimo, e lui TAC!, con la sua manona sposta il dito del professore. In questo modo il professore chiamerà alla cattedra solo i miscredenti e gli infedeli, i quali si beccheranno un  bel 2 sul registro e verranno ripetutamente bocciati, sviluppando così un tale odio per lo studio che si fermeranno alla scuola dell'obbligo, non faranno mai carriera e non potranno mai raggiungere la stanza dei bottoni. Ai posti di comando politico verranno quindi piazzati i più ferventi sostenitori della Chiesa, così potranno fare a braccetto con il clero. E' questo il modo col quale è nata la DC.

Mi rivolgo ora agli studenti miscredenti: come fare per riconoscere questi furbi personaggi? In realtà sono facilissimi da riconoscere: sono quelli che non vengono mai chiamati dal professore e che vanno alle interrogazioni sempre da volontari, così fanno anche una bella figura spacciandosi per martiri che proteggono i compagni di classe.
Un piano davvero machiavellico, non c'è che dire.

Ma a questo punto lo spirito democratico si ribella: e gli altri? quelli che non credono, o che credono in altro? finirebbero sempre interrogati poiché senza raccomandazione dall'alto, e come ogni buona democrazia, ognuno deve avere le proprie raccomandazioni (poi eventualmente si fa a gara a chi ce l'ha più potente).
La mia proposta è la seguente: lasciare il crocifisso là dove sta, e accanto metterci anche la mezzaluna islamica, lo scudo di David ebraico, la stella a nove punte bahaista, la ruota del Dharma buddhista, l'Omkar induista, lo Yin e Yang taoista, la figura di un albero per i pagani, il profilo di Ra per gli antichi egizi, il pentacolo di Satana, un calendario della Ferilli per gli atei, il lupetto della Roma, l'aquilotto della Lazio.

Così ognuno, durante le interrogazioni, potrà rivolgersi a chi vuole. Ognuno con la sua raccomandazione, e che se la sbrigassero le divinità lassù, che noi quaggiù abbiamo un sacco da fare. Se poi nessuno venisse più interrogato, allora saranno tutti promossi, come in una sanatoria, e finalmente avremo una classe dirigente fatta di gente ignorante.

Almeno l'ignoranza che regnerà da quelle parti sarà finalmente un'ignoranza democratica.

Non sapevo che scrivere... è che sono le 14:41 |lunedì, 09 novembre 2009 | commenti (4) (popup)
IL DIGITALE TERRESTRE APPRODA A CASA MIA
Ieri ho comprato due televisori LCD. Due.
Mi sono vergognato come un ladro.
Io, sempre sprezzante delle persone che si fanno abbindolare, sprezzante del bombardamento dei media, sprezzante del consumismo sfrenato, e in definitiva sprezzante di tutto ciò che non sia Pettinalabbra, sono andato in un centro commerciale. Ho sgomitato tra la folla. Mi sono accalcato davanti ai cartelli dei prezzi eliminando subito quelli superiori al PIL di uno Stato africano e anche quelli col prezzo troppo basso, nel rispetto del Primo Infallibile Assioma Scientifico “se costa poco, vale poco”. Alla fine sono rimasto indeciso fra tre televisori.
Sono rimasto venti minuti a leggerne le specifiche tecniche.
Eccomi là, insieme a un branco di idioti, a cercare di districarmi fra quelle sigle incomprensibili, HDMI, Hd ready, CAM, motion plus, certificato DGTVI, MHP, 450 Cd/mq (adesso i televisori vanno a metri quadri, e si vendono a risme), e come tutti gli altri, facevo finta di capirci qualcosa, quando in realtà non facevo altro che cercare di memorizzare quello che c’era scritto e poi confrontarlo con gli altri cartellini, affidandomi al Secondo Infallibile Assioma Scientifico “più è alto il numero, meglio è”. L’unica cosa della quale ho una pallida idea è la Risoluzione: so che dev’essere alta. Ma alta, poi, è un dato relativo, non so quanto sia una risoluzione oggettivamente alta, io mi limitavo a paragonarle fra loro. Ma paragonare tutte le altre sigle non è facile: alcuni cartellini le riportano, altri no. Cosa significa? Che è un’opzione in meno? O che è sottinteso che ci sia? Andavo in ansia, perché pensavo: e se fosse questo il televisore che fa per me? Non mi sarei mai perdonato di acquistare il televisore sbagliato solo perché un incompetente di addetto al reparto televisori ha dimenticato di scrivere una sigla; il mio benessere di bravo consumatore derivante dalla consapevolezza di aver fatto un buona scelta qualità-prezzo non può essere tutto nelle mani di un ragazzotto sconosciuto che avrà al massimo la terza media. Già mi immaginavo la fila alle casse, tutti e dico TUTTI con lo stesso televisore, e io l’unico con un televisore diverso, con gli altri che mi guardano con sorrisetti beffardi, qualcuno si dà pure di gomito e sussurra “guarda quello, ha comprato il televisore sbagliato”.
Allora ho iniziato a contare gli scatoloni. Se sotto a un televisore trovo lo scaffale quasi vuoto, con due o tre cartoni al massimo, allora significa che la massa ha scelto quello, che l’articolo è andato a ruba e dunque è sicuramente quello giusto. E mentre in altre occasioni, come la partenza per le vacanze o la fila alla cassa del supermercato, io rido di tutti loro cercando di fare esattamente il contrario di quello che fanno, beh, in quel caso invece ero tentato di arrendermi, seguire la massa, appecorarmi e iniziare a belare anch’io, e sarebbe stato un momento tremendo per la mia fase di crescita di giovane 32enne, perché in fin dei conti sto riconoscendo che dei perfetti sconosciuti sono più intelligenti di me e sanno valutare meglio di me la convenienza di un acquisto.
Ma mentre mi accingo a prendere il televisore e sposto lo scatolone a poco a poco fingendo di cercare una presa più sicura (ma in realtà col preciso scopo di guadagnare tempo), vengo assalito dal dubbio. E se quello scaffale è vuoto perché quel tipo di televisore è un fondo di magazzino? E se invece l’altro scaffale è così pieno perché c’è stata molta richiesta dell’articolo e hanno appena rinnovato la fornitura? Per valutare quest’aspetto dovrei mettermi da una parte, fingere di essere interessato a qualcos’altro, che so, un navigatore satellitare o un telefonino, e di tanto intanto lanciare fugaci occhiate per spiare la velocità con la quale lo scaffale viene svuotato dalla clientela.
Alla fine io, che non uso la tv se non per farci accocolare i gatti sopra mentre guardo il telegiornale, ho acquistato due televisori. Due, non perché io abbia due gatti, né perché ero indeciso della scelta: fortunatamente la mia ansia non arriva a questo punto, e sfortunatamente il mio portafogli nemmeno. Ma uno mi serve per la sala d’attesa dell’ambulatorio (quindi l’utilizzatore finale non sono nemmeno io, ma i miei clienti, in definitiva sto comprando un 32 pollici per loro) e uno per la cucina (ma ho la scusante che quello decennale si è guastato, altrimenti avrei continuato con quello, per quanto mi riguarda potrei usare ancora le radio a valvole).
E mi vergognavo a trasportare quel televisore enorme, mi rendevo conto che ad occhi esterni rientravo nel perfetto cliché del consumista abbindolato dai media con la storia del digitale terrestre, il consumatore tutto contento che esce dal centro commerciale con prodotti dei quali non ha realmente bisogno, con un televisore col quale potrà finalmente guardare anche le partite di coppa e tutti i dopopartita, con quell’aria da felice rincoglionito fregato dal sistema.
Ho pensato che per evitare questo colpo al mio ego avrei dovuto far sapere a tutti che quelle cose mi servivano , che non le avevo comprate solo per sfizio. Forse avrei dovuto prendere un pennarello e scrivere sugli scatoloni, così che tutti potessero leggere.
“questo mi serve per la sala d’attesa dell’ambulatorio che sto aprendo”
“e questo invece per la cucina, che il televisore vecchio si è rotto”
Invece ho preferito accelerare il passo, sbrigarmi ad arrivare alla macchina, e finalmente nascondere i due oggetti nel bagagliaio.
Sospiro di sollievo.
Non sapevo che scrivere... è che sono le 11:31 |domenica, 08 novembre 2009 | commenti (5) (popup)
IL POTERE E' MIO E LO GESTISCO IO

Alfano: "Con la riforma della Giustizia, siamo disposti ad ascoltare l'opposizione, ma se questa ci ostacolerà, noi andremo avanti da soli".

Berlusconi: "Anche se venissi condannato, non mi dimetterò".

Qualcuno spieghi cortesemente a questi signori che essere eletti non significa che puoi fare il cazzo che ti pare.

Non sapevo che scrivere... è che sono le 07:33 |giovedì, 05 novembre 2009 | commenti (1) (popup)
BIOGRAFIA DI VASCO ROSSI - Storia di un ribelle e di una provola (post impopolare)
Quando esordì nel mondo della musica rock, si presentò a tutti come un uomo (no, era giovane) ragazzo (hum ma sembrava già un vecchio) insomma come uno sfigato incazzato col mondo. Ovvio. Come diavolo fai a chiamarti Vasco al giorno d’oggi. Vasco era il nome di un compagno di prigionia del padre. Se dài a tuo figlio il nome di uno che è stato prigioniero, è ovvio che susciterai in lui l’odio per le imposizioni e la voglia di evasione (non soltanto figurata).
Molto presto, Vasco scoprì di avere il cognome più abusato nelle peggiori barzellette italiane, quelle che sono già vecchie anche dopo essere state appena inventate. Quando scoprì il proprio cognome, ne rimase duramente colpito. Crebbe come un bambino timido. A scuola lo prendevano tutti in giro ed era il bersaglio preferito di un certo Alfredo che gli tirava i cartoccetti durante la lezione. Fondò un gruppo musicale di ragazzini che si chiamava Killer, poi i genitori si sono arrabbiati e sono bastati due schiaffoni per fargli cambiare il nome in Little Boys. I genitori però non conoscevano l’inglese, e non sapendo se Little Boys fosse una parolaccia, nel dubbio hanno continuato a picchiarlo lo stesso e lo hanno spedito in collegio dai Salesiani.
I salesiani (in realtà ex militanti della gestapo, la veste nera non è casuale) fecero ciò che gli è sempre riuscito meglio, cioè far sviluppare ai bambini un odio profondissimo verso tutto ciò che è cattolico. Si pensa sia per questo motivo che Vasco venga colto da forme epilettiche quando si trova di fronte alle chiese, nelle strade col nome dei Santi e quando svolge le addizioni (non è chiaro se per via di una scarsa capacità matematica o per il segno matematico a forma di croce). Anche dai salesiani divenne lo zimbello di tutti i bambini, perché lui era paesano e gli altri erano tutti di buone famiglie di città. Alfredo (lo stesso che gli tirava i cartoccetti a scuola) era stato accompagnato addirittura in Porsche, e lui invece essendo montanaro era arrivato con l’autobus e si era presentato al primo giorno con una fila di salsicce e una provola (la mamma aveva insistito tanto). Da quel giorno il piccolo Vasco inizia ad odiare anche la montagna e decide di comprare un quadernetto dove segnare tutto ciò che odia per paura di dimenticarsi qualcosa. La prima cosa che scrive sul quaderno è “Alfredo”. Scappa due volte dall’istituto salesiano e il padre lo toglie dall’istituto e lo iscrive a ragioneria, che a pensarci bene è solo un modo per punirlo ulteriormente. Si diploma così in ragioneria, e inizia ad odiare tutti i ragionieri (non che gli avessero fatto qualcosa, ma è che mancava solo una riga per completare il quadernetto dell’odio – volume 1 – e lui aveva fretta di iniziare il secondo volume).
Vasco poi va a Bologna, che in quei tempi di contestazione studentesca era un posto eccellente per ogni studente con voglia di bighellonare, sedersi per strada a farsi le canne, cazzeggiare con gli amici al bar, e in definitiva non fare un cazzo. Insomma come la Bologna di adesso, ma coi bar meno costosi. Chiede di essere iscritto al DAMS, e il padre lo accontenta. Vasco non fa in tempo a dire “Eeeehh oohh nananana!” che il padre (grazie a una soffiata di Alfredo) scopre che DAMS non significa Dottori Aziendali Moderni Specializzati, e lo cancella subito, iscrivendolo a Economia e Commercio.
Ovviamente Vasco all’università va malissimo, si cancella da Economia e si iscrive a Pedagogia, in cui arriva a otto esami dalla laurea; poi interrompe gli studi perché scopre con disappunto che Pedagogia è diverso da Pedofilia, e avere la laurea non lo autorizzerà a sbirciare le ragazzine che escono da scuola (sulle quali poi scriverà sublimi versi quali “con la mia mano fra le gambe diventerai più grande”).
Durante il corso degli studi si butta anche in politica iscrivendosi al Manifesto, ma anche là non lo vuole nessuno perché ha la faccia da sfigato. Nel frattempo ha una storia d’amore con una militante femminista, e come si sa, in amore c’è soltanto una cosa che è capace di farti incazzare più di quanto non lo sia una donna: ovvero una donna femminista. Vasco esce a pezzi da quella storia e appunta sul suo quadernetto dell’odio anche il nome della ragazza, poi siccome non si ricorda bene il nome scrive “le ragazze in generale, salvo i loro genitali”, sui quali comporrà in seguito versi di alta poesia.
Esasperato da questa crisi personalissima, ha iniziato a scrivere canzoni che parlavano di disagio, di noia, di incapacità, insomma tutte cose nelle quali era sempre stato un campione incontrastato. Così nelle sue canzoni di ribellione, nel presentarsi a San Remo vestito praticamente in pigiama, con l’espressione di uno che non si è studiato il testo ma che cerca di ricordarselo là per là, con le mani in tasca, con quella voce incerta e quella calvizie incipiente a trent’anni, con i suoi testi che parlano di una vita di eccessi (comunque tutti temi trattati anni prima dalle rock band inglesi e americane), con le sue interviste metafisiche (e metà-done), patrocinando la noncuranza come modo libero di vivere la vita, ecco, noi in tutto questo abbiamo pensato che Vasco ci stesse trasmettendo un Messaggio. Il Messaggio di una generazione allo sbando.
Sbagliato.
Vasco non stava trasmettendo alcun messaggio. Perlomeno, non volontariamente. Era solo un ragazzo sfigato con un buon orecchio per i motivetti eeehhh ooohhh nananana, cosa che non lo rende migliore di uno bravo a rifilare bulloni in fonderia. Solo che nessuno si strappa i capelli quando vede che il bullone si incastra perfettamente con la filettatura della vite. Vasco non aveva intenzione di fare da portabandiera a nessuno. Lui nemmeno capiva per quale motivo tutta quella gente andava ad ascoltarlo, lui si limitava a cantare le sue sfighe sotto l’effetto di anfetamine e lexotan, siamo stati noi che le abbiamo fatte assurgere a inni generazionali. Vasco è stato arrestato mentre con la sua BMW zigzagava sull’autostrada, portando con sé cocaina, uno sfollagente e una pistola a gas. Ha fatto un cd a forma triangolare in omaggio alla “donna” (almeno alla parte che ne vede lui). Ha glorificato il menefreghismo, il prendila come viene, il fottitene, il va bene lo stesso, insomma tutti nobilissimi concetti che si riassumono in “ragaSSi, godete e fregatevene”. Altro che disagio. Altro che ribelli. Generazione di furbi.
Adesso sono cresciuto, Vasco Rossi è invecchiato. Soltanto ora mi rendo conto dell’impatto che Vasco ebbe sui giovani. Io allora ascoltavo le canzoni ambientaliste di Celentano, capirete. Per me lui resta un mediocre cantante che ha avuto buone due parti del corpo: l’orecchio per i motivetti, e il culo, ma certo non posso non osservarne l’aspetto sociologico (sto usando paroloni oltre le mie possibilità). E adesso che potrei apprezzarne almeno quest’aspetto, lui che fa? Mi diventa un fenomeno di massa. Uno che basta che faccia eeehhhh ooohhh nel microfono, e la gente impazzisce.
Scrive puttanate tipo “mi piaci tu mi piaci tu ma come te lo devo dire?” che non riesco a separare dal motivetto dei Gazosa, “www mi piaci tu”, quegli adolescenti capricciosi cresciuti a telefonini e cappellini griffati. Eppure riempie gli stadi.
Il bello è che quando diventi una rock star puoi fare il cazzo che ti salta in testa. Se da bambino mi scappava un ruttino, mio padre mi urlava contro (“poi li fai pure al ristorante!”), ma se domani Vasco a un concerto scoreggiasse nel microfono, alcuni di certo ci vedrebbero un messaggio profondo e coraggioso  (dovrei scrivere scoreggioso) sulla società attuale che va deteriorandosi. Evidentemente dire “la società sta deteriorandosi” è un messaggio poco comprensibile, un peto di Vasco invece è un messaggio più chiaro, diretto (di sicuro di-retto), e riempirebbe le prime pagine dei giornali. Insomma, se io volessi continuare a fare i ruttini a tavola, devo prima diventare una rock star.
Se oggi Vasco scrive canzoni piatte e vuote e tende a ripetersi, allora non è perché non sa più cosa cavolo inventarsi, no, ma è perché sta descrivendo la mancanza di ideali della nostra società. E’ stato insignito addirittura di una laurea honoris causa.
-Presidente della Commissione (alzandosi in piedi): “Vasco Rossi, per il potere conferitomi dal fatto che ho letto qualche libro, ti conferisco la laurea honoris causa…”
-Università italiana (quasi svenendo): “Cosaaaaa?!”
-Presidente della Commissione (girandosi verso l’Università): “…in Scienze della Comunicazione, eh”.
-Università italiana (riprendendosi): “Aaah, ecco”
-Vasco Rossi (traballando): “eeehh ohhhh nananana”
Il ragazzo ribelle menefreghista è cresciuto, e ha accettato di usare la sua canzone “ti distingui dall’uomo comune” per pubblicizzare il telefonino, che è l’oggetto più massificante che ci sia; ma è una decisione che lui ha maturato soltanto in quanto delinea l’importanza che ha il denaro nella decadente società di oggi. L’anno scorso, pensate, il sindaco di Genova lo ha insignito del titolo di cittadino onorario perché la prima tappa del suo concerto partiva da lì. Roba da non crederci. La cosa più da ridere è che gli è stata anche consegnata la tessera per accedere agli oratori della diocesi di Genova. Il primo giorno che, tra una dose di lexotan e una sedicenne da corteggiare, scoprirà nel suo portafoglio quella tessera, penserà si tratti di un nuovo locale in cui andare a sbronzarsi o a fare un concerto, e ci andrà. E quando si renderà conto del luogo, si troverà davanti i preti, le chiese, il simboletto dell’addizione, i cartoccetti di scuola, le donne femministe, la fila di salsicce e la provola. A quel punto il suo passato gli piomberà addosso, gli parlerà della triste storia di un ribelle che non voleva accettare la società perché la società non accettava lui, ma che quando poi la società ha cominciato a corteggiarlo a suon di fama, donne e denaro, ha ceduto alle sue lusinghe. E allora Vasco prenderà dal taschino il suo quadernetto dell’odio, lo guarderà come se nemmeno si ricordasse cosa sia, lo getterà in un cestino, e andrà a confessarsi da Don Alfredo, che lui nei salesiani ci è rimasto.
E va bene così, eeeehhh ooohhh nanananana.
Non sapevo che scrivere... è che sono le 16:42 |domenica, 01 novembre 2009 | commenti (9) (popup)
Alla faccia di Darwin
Lo so che non mi faccio vivo da un sacco di tempo.
Guardo la data del mio ultimo post: risale ad alcune ere geologiche fa.
Scorro qua e là fra i miei post… sono sempre quelli. Nonostante il trascorrere degli eoni, non si sono evoluti. Sono fermi al precambriano o giù di lì. Che post sfaccendati.
No, dico, uno fa un figlio, lo metti al mondo e quello poi cresce, impara a camminare e a mangiare, sviluppa la memoria e i sensi, iniziano a puzzargli i piedi e gli vengono i brufoli e i peli sotto le ascelle e altre cose orrende, ma insomma, comunque fa tutto da solo. Che ci vuole.
I miei post invece sembrano ostinarsi a restare sempre gli stessi, e dubito che sia un fatto di coerenza. Per carità, non posso giurare che qualche virgola non si sia spostata da sola o che qualche accento non sia scomparso (ecco un ottimo alibi per eventuali errori di ortografia: i miei scritti evolvono), ma sono modificazioni delle quali non mi accorgo neppure. Micromutazioni dalle quali il senso del mio scritto non viene minimamente intaccato, restando a tutti gli effetti il solito post bonificato da ogni forma di intelligenza.
Tremo al pensiero del mio destino: mettere al mondo figli fancazzisti che se ne stanno lì a vegetare, infischiandosene delle responsabilità, del libero arbitrio e dei peli che gli spuntano sotto le ascelle. Bella vita, eh. Sono cresciuto in una famiglia dove prima di tutto viene il Lavoro, poi in seconda posizione la Responsabilità, seguono parimerito il Sensodeldovere e il Sensodicolpapernonaverfattotuttoilpossibile. Un esempio che risale a dieci minuti fa. Ero lì tutto preso a far trasmigrare il mio io interiore quando mio padre, che evidentemente non capisce nulla di trasmigrazioni, mi ha ricordato che io devo lavorare venticinque ore al giorno. Gli ho domandato quand’è che allora posso dormire un po’, e lui mi ha risposto che un professionista non dorme. Al massimo RIPOSA.
Il problema è che i miei genitori sono stati così furbi e biechi da inculcarmi il concetto che “in effetti, avete ragione voi”, concetto rafforzato dal fatto che hanno sempre avuto la noiosa abitudine di azzeccarci sempre. Beh, non sempre. Quella volta che mio fratello ha trovato le patatine crick crock sbriciolate mentre le mie erano grandi e dorate e croccanti e perfette, loro pensano ancora che mia madre abbia messo le patatine in fondo alla spesa e siano rimaste schiacciate, non sanno che invece è stata una mia atroce vendetta. Ma a parte questo, hanno sempre avuto ragione (che genitori noiosi, mai un po’ di pathos). E’ chiaro che finirò sulla stessa strada (per adesso ho fatto il primo passo e PENSO di aver sempre ragione, è già qualcosa), e anch’io svilupperò tutte le ansie paterne, è solo questione di tempo, e da vecchio finirò in una stanza con le pareti imbottite a ripetere ossessivamente “ètardiètardiètardi”.
Quindi capirete il mio terrore di avere un figlio fancazzista, come mi dovrei comportare? Ai miei tempi mi minacciavano “Ti mando in collegio!”. Non so perché funzionasse; non sapevo cosa fosse un collegio ma mi metteva una caga da matti. Per me era un posto dove tanti bambini venivano sottoposti ad una sorta di addestramento dei marines, con insegnanti vestite di nero che non facevano altro che urlare e farci le punture. Chissà poi perché, le punture. Forse colpa di mia madre che mi terrorizzava con la storia dell’ago che se ti muovi quando ti fanno la puntura, l’ago si spezza, va in circolo, arriva al cuore e muori.
Io non userò la tecnica del “Ti mando in collegio!” coi miei figli. La moderna psicopedagogia ci insegna che questo è sbagliato. Per chi non lo sapesse, la psicopedagogia è quella scienza che dice semplicemente che tutto quello che hanno fatto i nostri genitori educandoci è tremendamente sbagliato, e se noi siamo diventati brave persone è solo perché abbiamo avuto culo. La moderna psicopedagogia ci insegna invece che il bambino va cresciuto nel cotone ipoallergenico griffato (altrimenti si sente inferiore ai coetanei e sviluppa traumi da emarginazione), se riceve uno schiaffo si può vendicare chiamando in soccorso telefono azzurro, sociologi e forze dell’ordine, e poi se verrà fuori un moccioso viziato rompicoglioni non sarà mica colpa della psicopedagogia, ma perché probabilmente ci sono problemi più profondi in famiglia, c’è bisogno di ulteriori perizie psicologiche del nucleo familiare. Stupefacente come la psicopedagogia crei un sacco di posti di lavoro e come, in un modo o nell’altro, la mamma e il papà si debbano comunque sentire in colpa. La prospettiva è quella di un magnifico mondo fatto di figli viziati e genitori depressi. Ho l’acquolina in bocca.
Ma sto divagando. Se mio figlio, ad esempio, si rifiutasse di mettere in ordine la propria stanza, non userò la tecnica del “Ti mando in collegio!,” non perché ascolto la psicopedagogia (prrrr), ma perché so che mio figlio non si limiterà ad immaginare cosa sia un collegio, come facevo io. Avendo a disposizione internet, digiterà “collegio” su google e gli verranno fuori link a “college girls xxx”, “college party fuck 2009” e quant’altro, e allora pur di finire in collegio non solo non metterà in ordine la propria stanza, ma stipulerà un contratto con una ditta di traslochi (visto che lui è fancazzista) che verrà ogni primo e terzo martedì del mese a mettere a soqquadro l’intero appartamento (era una vita che sognavo di scrivere la magica parola soqquadro con la doppia q, che giorno importante oggi).
Non discuterò oggi dell’educazione dei miei futuribili figli (da wikipedia: FUTURIBILE: evento che potrebbe realizzarsi date certe circostanze* ma che rimane in un ambito di possibilità non compiuta) perché il post si sta allungando troppo e sappiamo già che non si evolverà.
*disporre di una gnocca
Enormi e non si evolvono: i post di Pettinalabbra e i dinosauri. Curioso parallelismo. Forse da oggi potrò vantare fra i miei lettori la presenza di qualche paleontologo. Vi terrò informati.
Non sapevo che scrivere... è che sono le 18:34 |martedì, 13 ottobre 2009 | commenti (4) (popup)
VETERINARIO - PROSSIMA APERTURA

Dopo anni di sfruttamento e lavoro sottopagato, sto dandomi da fare per aprire finalmente una struttura veterinaria tutta mia. Le cose vanno benone: finalmente ho preso un locale in affitto, non è grande come avevo pensato all'inizio, ma ci ho fatto entrare tutto. Manca la chirurgia, manca il laboratorio, manca la sala degenza, mancano le sale visite, non c'è la sala d'attesa, e manca pure il bagno... però in compenso il palco per le ballerine in topless è venuto proprio bene. 90 metri quadri di lussuria, e c'è pure spazio per due divanetti e un privè.

La concorrenza è dietro l'angolo. Non tanto quella degli altri ambulatori di zona, quella è ad armi pari, almeno finché non premerò il bottone rosso facendo esplodere le testate atomiche, a quel punto rimarrò solo io e tanti cani con leucemie e ustioni da radiazioni. Diagnosi fatta in due secondi, penseranno tutti che sono il migliore.

Quello che un pochino dà da pensare è una struttura (non farò il nome nemmeno sotto tortura, mi piegherò solo al Dio denaro) che lavora a prezzi da discount della veterinaria. Come fanno? Mettono a lavorare là dentro i neolaureati che impugnano un bisturi per la prima volta, gli mettono 10 gatte da sterilizzare in un giorno, e come va va... anestesia con una botta in testa o poco più, materiali scadenti, tecniche sorpassate, sterilità quanta ce ne può essere sul banco di un pescivendolo, e via. Tanto gli animali sono più "tosti" di noi, e poi se qualcosa va storto c'è sempre la storia dell'allergia all'anestetico o in alternativa quella dell'embolo... Il gatto non ti verrà mai a raccontare del dolore postoperatorio o dello stordimento di due giorni per colpa della pessima anestesia.

A questi pseudomedici c'è anche da dire che incredibilmente non succede mai niente. Ho visto ferri chirurgici cadere a terra e poi essere usati senza problemi, ho visto starnutire dentro addomi aperti, ho visto gente che opera con la sigaretta in bocca e la cenere che penzola sui visceri ("tanto la cenere è sterile"), ho visto suture eseguite col filo da pesca, ho visto lenti a contatto cadere dentro la pancia di un cane (forse nel tentativo di restituire la vista all'intestino cieco)... insomma... la maggior parte delle volte cani e gatti si dimostrano in grado di resistere a cose che in medicina umana provocherebbero la morte istantanea del paziente, del chirurgo, dell'anestesista, dei portantini in corridoio, e qualunque essere vivente nel raggio di 30 metri, compresi gli scarafaggi.

Sono certo che io, che rispetto nella maniera più rigorosa le tecniche di asepsi in chirurgia, quando penserò per la prima volta "hum, questo punticino di sutura sulla cute non è venuto proprio bene, va beh, è solo una sciocchezza, cosa vuoi che succeda" si formerà un enorme sieroma che poi si infetterà e poi provocherà emboli settici e morte.

Nel frattempo, mi scontro con le ASL per le autorizzazioni. Esse pretendono che io faccia installare nell'ambulatorio un motore per l'estrazione e l'immisione di aria come si usa fare negli allevamenti intensivi di polli. Una cosa da non credere. Quanti ambulatori hanno sistemi del genere? Non vedo mani alzate. I grandi scienziati della ASL dicono che se ci fosse solo estrazione, "all'interno dell'ambulatorio si creerebbe il vuoto". Evidentemente qualcuno deve aver montato un aspiratore sulla loro calotta cranica, perché è lapalissiano che il vuoto sia dentro alla loro testa.

Mi rivolgo all'ispettore in questione: Caro ispettore, moltissimi bagni nelle case di noi italiani hanno una ventolina di aspirazione in luogo della finestra. Se lei, ispettore, nel bagno non riesce a respirare, non è perché la comunissima ventolina ha fatto il vuoto, ma perché lei, caro ispettore, ha appena cacato, vacca miseria! Ma niente, non gliene frega niente. Ci vuole un impianto da qualche migliaio di euro. Nemmeno stessimo parlando di una grossa clinica. Senza contare che d'inverno butta dentro l'aria fredda, d'estate la butta calda, e i condizionatori devono farsi un culo così (e io pago) per climatizzare l'ambiente.

Non avrò bisogno di pubblicizzare l'apertura del mio ambulatorio con costose giornate di inaugurazione: vi basterà alzare gli occhi al cielo, e quando vedrete un buco nell'ozono direttamente sopra il Centro Italia, saprete che sono io che ho acceso i condizionatori.

Non sapevo che scrivere... è che sono le 22:28 |lunedì, 11 maggio 2009 | commenti (15) (popup)
MAMMA LI PORCI!

Non sono nuovo alle stragi compiute dalla Peste Suina: all’esame di Malattie Infettive i sei studenti prima di me furono bocciati tutti su una domanda su questa malattia. Seguirono (perdonate la parola) febbrili minuti di ricerche (chiunque abbia frequentato un’università sa di cosa sto parlando).

Il mio mentore, Chiar.mo Prof. Paperoga della Libera Università di Paperopoli, sostiene che il miglior metodo per NON imparare le cose è studiarle cinque minuti prima dell’esame, quando il cervello si rifiuta di assorbire qualsiasi nozione che non sia il prezzo del caffè alla macchinetta dell’istituto.

Un altro metodo altrettanto inefficace per memorizzare nozioni è leggerle quando esse sono state scritte con la Nutella sulla schiena di una modella nuda (pare che si ottenga lo stesso effetto usando modelle vestite, ma non è chiaro se questo dimostra che il sesso non c’entra niente oppure se è difficile leggere attraverso il cotone).

Quando in un’aula universitaria, durante gli esami, il professore pone una domanda che resta irrisposta, ecco una o due persone che silenziosamente, senza dare nell’occhio, estraggono con movimenti millimetrici il libro dallo zaino per cercare la risposta. Se quella domanda è sufficiente a provocare una bocciatura, questo comportamento coinvolge un numero maggiore di studenti. Quando alla stessa domanda vengono bocciati due, tre o più studenti, l’aula si trasforma, e tutti gli studenti lavorano come un gigantesco organismo alla ricerca della Risposta, sviluppando un senso di cameratismo degno di una trincea.

Ognuno si dà da fare come può: chi estrae le mitiche dispense scritte dal secchione storico della facoltà, chi si avvicina a passo di leopardo alla cattedra per sbirciare un’eventuale nota a margine sul libro personale del professore, chi fa la telefonata a casa, chi chiede l’aiuto del pubblico, chi va su internet e, disperato, prova perfino la ricerca di Google "mi sento fortunato", scaricandosi così il testo integrale sulla normativa che regola l’esportazione di caramelle in Ghana, chi va in bagno e utilizzando un orinatoio come antenna parabolica cerca La Risposta presso civiltà extraterrestri.

Venne il mio turno. Mi avvicinai alla cattedra scavalcando i cadaveri dei sei studenti caduti. Io avevo pensato di mesmerizzare il professore e chiedere La Risposta direttamente a lui mentre era in stato di trance.

-Adesso basta con questa Peste Suina. Pettinalabbra, mi parli della Linfangite ulcerosa. E metta via quel pendolino.

Nessuno seppe mai La Risposta. Chissà, magari Essa costituiva la soluzione per prevenire il rischio di pandemia del quale si parla in questi giorni.

Nel frattempo, l’Unione Europea ha cambiato il nome alla malattia. Ora si chiama "Nuova Febbre".

"Abbiamo deciso di cambiare il nome perchè quello vecchio poteva indurre in errore, dato che la carne suina, se è cotta, non presenta alcun rischio per la salute", ha spiegato la commissaria alla Salute Androulla Vassiliou. "Il nuovo nome è stato scelto per non produrre un effetto negativo sull'industria del settore per di più nella attuale situazione di crisi".

Evidentemente nelle alte sfere del potere non hanno una grande opinione della nostra intelligenza. La decisione non ha riscosso grande successo presso le Associazioni della Febbre Gialla, della Febbre Reumatica e della Febbre Mediterranea Familiare, le quali si sono dichiarate "rammaricate" della decisione. "Se quella è Nuova Febbre, allora noi siamo solo dei Vecchi", hanno scritto in un commovente comunicato stampa.

Più improntati all’azione i sindacati CGIL, CISL e UIL ("Cinquanta Gradi: Indisposizione Lavorativa", "Causa Ipertermia, Sospensione Lavoro" e "Unione Ipertermici Lavativi"), che si sono dimostrati subito disposti ad adottare tutte le misure necessarie a prevenire il contagio, come l’aggregazione nei posti di lavoro. Ad un’intervista sulla loro linea d’azione in seguito alla Peste Suina, i portavoce hanno così risposto: -Festa Suina? Allora non si lavora. Come? Ah, avete detto "Peste Suina"? Beh, a maggior ragione.

Intanto la Presidenza dell’Unione Europea, il 27 aprile, ha reso noto che sarà convocata una riunione straordinaria sull’emergenza della peste suina. La data fissata è il 30 aprile. Di pomeriggio, così i governanti possono fare colazione con calma.

Tre giorni di tempo. Alla faccia dell'emergenza. E che non mi si venga a dire che bisogna "organizzare tutto". Basterebbe una riunione telematica, così ognuno sta sulla poltrona di casa sua e noi contribuenti ci risparmiamo milioni di euro di servizi di sicurezza e auto blu. E allora perché non si procede in questo modo? Forse stiamo precorrendo i tempi, evidentemente una cosa del genere è ancora una "roba futuristica" , d’altronde siamo entrati solo da qualche mese nel 2009 dopo Cristo. Una seconda possibilità è che in quei tre giorni la sala congressi a Bruxelles sia già stata prenotata per la riffa del dopopasqua dal segretario del "Fondo Europeo per gli Investimenti e Ricchi Premi", Monsieur Cotillons. Una terza possibilità è che i vari governanti per questioni di antipatie non vogliano accettare le reciproche amicizie su Facebook.

Nel frattempo, ben quattro industrie farmaceutiche non si sono lasciate scappare l’occasione d’oro e si sono lanciate nella corsa per formulare un vaccino. Peccato che secondo fonti ufficiali saranno necessari dai quattro ai sei mesi per averne uno efficace. Nel frattempo l’umanità si sarà estinta a colpi di tosse. Essendo la Peste Suina una malattia conosciuta da qualche secolo, si poteva pensarci un po’ prima, no? "Pensavo bastasse tenere le dita incrociate", ha detto Margareth Chan, direttore generale dalla World Health Organization.

In situazioni del genere, il rischio psicosi è alla porta. "Non c’è bisogno di creare allarmismo" dice Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca. "Disponiamo di tutti i mezzi per impedire la diffusione del contagio dal Messico. E’ sufficiente non nutrirsi di maiali vivi, e sparare a tutti i gringos", ha detto togliendosi la polvere dell’Arizona dal cappello da cowboy.

Dello stesso parere Maurizio Valeriani, primario di chirurgia plastica all'ospedale San Filippo Neri di Roma, dal quale arrivano importanti rassicurazioni: "Non c’è alcun rischio di contrarre la febbre suina dagli 'spiana-rughe' al collagene suino usati per i ritocchini estetici".

La Peste Suina è alle porte: dunque, chiunque voglia rifarsi gli zigomi per apparire più bello nella bara, si affretti: le prenotazioni sono già tante.

Non sapevo che scrivere... è che sono le 17:09 |martedì, 28 aprile 2009 | commenti (10) (popup)
IL DESERTO DEI TARTARI - L'Abruzzo trema, l'Italia radiantistica si muove

Già in un altro post ho parlato dei radioamatori (link: chi punge il culo delle nuvole), questi strani personaggi con tanta voglia di comunicare col mondo, ma costretti a chiudere la porta per non disturbare a casa. In questi giorni si è sentito parlare molto di loro, in quanto nelle ore successive al sisma essi sono stati gli unici in grado di mettere in contatto le zone terremotate col resto del mondo.

 “CQ,CQ, CQ DX” (leggi:  “si chiù, si chiù, si chiù di ex”, il segnale di chiamata generale)

Mio nonno, nella sua saggia romanità, era riuscito a concentrare questo senso di emarginazione in una frase che vale più di mille post. Quando sentiva mio padre, da ragazzo, ripetere nel microfono “si chiù, si chiù…” non poteva fare a meno di intimargli “si chiù, si chiù, si chiùdi la porta ce fai ‘n piacere”.

Ricordo viaggi in macchina, tutta la famiglia che va al mare o in montagna. Niente autoradio, solo quei suoni distorti e quelle voci metalliche provenienti dalla radio. Io, mia madre e mio fratello non potevamo che lamentarci. Poi io e mio fratello abbiamo scoperto il walkman, mia madre si è sorbita all’infinito quelle sigle incomprensibili.

“buon 144” che sebbene abbia a che fare con la notte, non c’entra niente con la telefonia erotica.

“73” che non è una nostalgica reminiscenza di anni passati.

“Bailamme”, che è molto più elegante di “casino”. Mi sono sempre chiesto se in realtà non si debba pronunciare “bailàm”, parola poi arricchita dal romanesco con la doppia M e la E finale, esattamente come accade in tramme e autobusse. Potrei chiedere a mio padre, o andare a controllare su wikipedia, ma preferisco restare con la domanda irrisposta.

“Break, break, break” uno dei termini più azzeccati, che in effetti a sentirlo ripetere ciclicamente, rompeva davvero.

E il microfono non era solo un microfono, era il “Mike”. E con un nome così, non puoi semplicemente parlare: ma “modulare”.

Tutti speravano di poter “copiare” gli altri, ma a differenza di quando si era a scuola, speravi anche che gli altri copiassero te. “Copiare” significa infatti “ricevere, ascoltare”.

Per ridere si dice “Acca i”, visto che in un mondo esclusivamente sonoro non si possono usare le faccine di messenger.

Si odiavano le “portanti”, non per classismo verso le cameriere, ma perché la portante era un segnale radio che alcuni usavano per occupare la frequenza, tanto per rompere le scatole.

E se tua moglie ti implorava di chiudere la porta, tu potevi dire a chi fosse in ascolto che tua moglie rompeva le scatole, anche se lei era a portata d’orecchio: tanto non si sarebbe riconosciuta nel nominativo XYL (ex young lady, un termine nemmeno tanto carino nei suoi confronti)

E poi QRT, QRX, QSL, QTH, QTR, QRM, e chi più ne ha più ne metta, linguaggi così strani che speriamo non lo sentano i marziani, potrebbero essere gravi insulti nella loro lingua.

Poi mio padre è cresciuto, e ha fatto il salto: da ormai molti anni non è più CB (Quelli che hanno le radioline dei camionisti, per intenderci) ma ha conseguito la patente di Radioamatore (papà, nel caso tu legga questo post, ti faccio notare che l’ho scritto maiuscolo). Non confondeteli: sarebbe come confondere un portantino con medico.

Mio padre mi ha sempre raccontato che i radioamatori, quando cadono tutti i mezzi di comunicazione, restano l’unico contatto col mondo. Come avvenne ad esempio in occasione della tragica spedizione del dirigibile Italia, dove solo grazie alla radio fu possibile portare in salvo i sopravvissuti, dispersi per 48 giorni fra i ghiacci dell’artico. Io ho sempre immaginato scenari post-apocalittici alla Mad Max, con mio padre con la barba incolta, spettinato, vestito di stracci e pelli, al comando di un gruppo di sopravvissuti con una radio di fortuna. E’ un evento un tantino improbabile, anche perché mio padre non andrebbe mai in giro spettinato. Insomma, ho sempre pensato che quell’aspetto “eroico” del radiantismo fosse riservato ad altri tempi o altre parti nel mondo.

E poi è arrivato il terremoto.

Mio padre quella notte, come moltissimi altri radioamatori, si è lanciato subito alla radio, e lì ha trascorso tutta la notte. Le linee telefoniche non funzionavano più, e i cellulari non si sono dimostrati affidabili per l’intasamento dell’etere. I radioamatori sono stati l’unico contatto tra le zone terremotate e il mondo. I primi soccorsi sono arrivati grazie a loro.

Nel libro che ho citato nel titolo del post, il giovane tenente Giovanni Drogo passa tutta la vita in una fortezza, con l’inconfessata speranza che il nemico possa davvero arrivare, così da poter dare un senso alla propria esistenza. Non so se qualche radioamatore abbia coltivato nel fondo del cuore un sentimento del genere: so soltanto che quando il nemico è arrivato, loro erano pronti, e non si sono tirati indietro.

Il mio applauso a queste persone che hanno saputo fare del proprio hobby un mezzo per salvare vite umane.

Si chiù, si chiù, si chiùdi la porta ce fai ‘n piacere.

Ma ti prego, papà, continua a trasmettere.

www.ariroma.it

Non sapevo che scrivere... è che sono le 16:05 |venerdì, 10 aprile 2009 | commenti (5) (popup)
RICETTA del POLLO AL LIMONE (riveduta e migliorata da Pettinalabbra)
 
INGREDIENTI x 4 PERSONE
 
-1 pollo (Gallus gallus domesticus) o risultati della sua amputazione (io uso solo i cosciotti, che sono più facili da girare, e poi tutti si mangiano quelli e a me che sono tirchio rimane sempre il petto)
-4 o 5 frutti di Citrus limon anche detti limoni. In seguito a numerosi tentativi, è risultato che i metodi di coltivazione e il microclima influiscono moltissimo sul prodotto finale. Le migliori condizioni climatiche si trovano all'altitudine di 12 metri nel mio quartiere, sul mio terrazzo.
-prodotto della spremitura delle drupe di Olea europaea (extravergine, visto che avete ricevuto finalmente lo stipendio)
-sale e pepe
 
DIFFICOLTA' bassa per un grande chef come Pettinalabbra, da "elevatissima" a "praticamente impossibile" per tutti gli altri.
 
PREPARAZIONE  1200x1.0 E8 shake (anche detti 20 minuti)
 
PROCEDIMENTO
Accendete il forno (di solito nelle ricette questa cosa è scritta più in fondo, ma è una bella rogna seguire passo passo la ricetta e poi scoprire che il pollo va messo nel forno "già caldo"... e ti tocca aspettare che si scaldi).
Prendete il pollo e mettetelo in padella, poi inseguitelo per la cucina, si sarà certamente nascosto sotto al mobile, afferratelo stando attenti a non farvi beccare. Una volta acchiappato, privatelo della cosa più preziosa che ha (la vita) (se avete seguito il mio consiglio e avete preso solo i cosciotti, vi risparmiate un sacco di fatica e dopo non dovete nemmeno pulire la cucina dalle piume svolazzanti). Ghigliottinatelo (se non avete una ghigliottina vanno bene anche metodi equivalenti), strappategli via piume, piedi e organi interni e fatelo a pezzi (certo che siete proprio macabri).
Trascorrete un minuto di raccoglimento per la sua vita perduta.
Una volta che vi siete alleggeriti la coscienza, spremete i limoni e mettetene il succo in un bicchiere, tenendo da parte qualche spicchietto di limone per la decorazione (che fa figo).
Rosolare il pollo in una padella con un po' d'olio (la padella è bene che si possa poi mettere direttamente in forno, sennò poi ti tocca travasare tutto, si spreca succo e si lava il doppio dei piatti, che palle) finché non si sia colorito all'esterno su tutti i lati (se diventa tutto nero, si è colorito troppo) dopodiché versare il succo dei limoni diluito con mezzo bicchiere d'acqua; salare e pepare.
A questo punto il forno dovrebbe essere già caldo, altrimenti vuol dire che siete stati troppo veloci e la cucina non fa per voi, è meglio che ve ne andiate al fastfud, che vi piace tanto a voi giovani.
Trasferite tutto in forno e fatelo cuocere per circa un'ora. Adesso lo so che siete tentati di andare a fare altro intanto che si cuoce, ma in realtà dovete starci un po' dietro, perché va girato ogni tanto e va bagnato spesso col fondo di cottura.
A metà cottura, il fondo sarà ancora liquido. Se assomiglia alla Foille, si è rappreso troppo. Raccogliete quindi il fondo di cottura e fatelo bollire a lungo finché non ha raggiunto la consistenza di ..boh... miele un po' liquido, diciamo. E intanto proseguite la cottura del pollo, che va dorato in superficie. Se lo cuocete troppo vi tocca mangiarlo semilesso e non è proprio la stessa cosa.
Una volta che il pollo è nel piatto, raccogliete la salsina al limone in una ciotolina e usatela sul pollo a mo' di glassa. Se state cercando di rimorchiare la persona che avete invitato a cena, decorate con raffinatezza usando gli spicchietti di limone (anche se probabilmente vi siete dimenticati di loro o magari non li avete nemmeno messi da parte).
Una volta finito di mangiare, lavate i piatti.
Se non vi piace, ricordate che i fastfùd restano aperti anche fino a tardi.
Ignoranti.
Non sapevo che scrivere... è che sono le 16:05 |mercoledì, 18 marzo 2009 | commenti (2) (popup)